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Leanbet People : Processi e persone, procedure e relazioni: riconnettere aspetti hard e aspetti soft

Conosciamo meglio Marisa Bergamini, psicologa e psicoterapeuta, che all’interno di Leanbet si occupa si occupa di consulenza e di formazione in area people, su tematiche come leadership, team building e dinamiche di gruppo, change management, intelligenza emotiva e soft skills. E che invita le aziende a non perdere di vista il Chi, il Come e – soprattutto – il Perché.


Qual è la tua formazione? Quali sono le tue esperienze professionali che ritieni più significative?


Sono laureata in psicologia clinica e di comunità e sono specializzata in psicoterapia psicoanalitica individuale e di gruppo e in psicodramma analitico. Ho un master in dinamiche di gruppo e organizzative e un Executive MBA conseguito presso la Bologna Business School. Sono CEO di un’azienda di pelletteria con sede a Tunisi che produce per importanti marchi dell’alta moda.

Dopo aver vissuto 13 anni a Tunisi, da qualche anno dirigo l’azienda dall’Italia, facendo leva sul forte spirito di squadra che insieme ai miei collaboratori ho costruito nel tempo. Da 18 anni mi occupo di consulenza aziendale e di formazione, per aiutare organizzazioni, team e leader a migliorare i contesti di lavoro, per renderli più efficaci, più coinvolgenti, più creativi e più consapevoli delle proprie possibilità.


Potresti spiegarci meglio di cosa ti occupi all’interno del team Leanbet?


Sono in Leanbet dal 2019 e mi occupo dei processi di cambiamento Lean. Coinvolgo persone e team per sostenere il cambiamento e fare in modo che tutti si sentano coinvolti, motivati e consapevoli. In Leanbet crediamo che agli interventi focalizzati sui processi vadano sempre affiancate una serie di azioni che lavorano sul piano umano e relazionale.

Entro nelle aziende con un approccio clinico: osservo il contesto, analizzo i bisogni e progetto il mio intervento ad hoc – in modo sartoriale, diciamo – che poi calo nel contesto in modo mirato. Mi occupo di potenziamento dei team e della dimensione collettiva aziendale, creo percorsi di leadership e di team management, conduco gruppi di empowerment ed engagement. Tutti questi interventi hanno, a monte, un macro-obiettivo: il miglioramento continuo, secondo un progetto condiviso coi colleghi e coi vari team aziendali. Fa parte del mio lavoro risvegliare nelle persone la capacità di vedere il proprio potenziale, e responsabilizzarsi nei confronti di sé stessi e degli altri.


Concretamente, in cosa consiste il tuo intervento? Secondo quali metodologie operi e con quali modalità?

I metodi cambiano a seconda delle aziende e delle persone. In genere intervengo su tutta l’azienda, su tutte le persone, a tutti i livelli. Lavoro per gruppi, attenta sempre a dare concretezza alle basi teoriche con giochi, attività manuali, modalità collaborative, gemba walk... Lavoro sui feedback reciproci, sull’ascolto, sulla conflittualità e sulle relazioni disfunzionali.

Utilizzo giochi per sondare la dimensione collettiva e far vedere che la dimensione competitiva è distruttiva. Poi ci sono il brainstorming e il role-playing: mi offrono sempre molti spunti che poi traduco in cambiamenti a livello operativo o in aspetti delle varie mansioni che possono essere migliorati. Stimolo interviste reciproche con focus precisi, un’occasione per le persone di conoscersi davvero e darsi a vicenda una possibilità in più. In ogni caso procedo per piccoli passi, prospettando ai team e alle persone obiettivi concreti e proporzionati.


Quali sono le criticità che più di frequente riscontri all’interno delle aziende? Quali risorse vedi sprecate o sottoutilizzate?


Le persone faticano a relazionarsi – e nemmeno se ne rendono conto. Manca una dimensione collettiva, a favore di una dimensione competitiva, che invece di aggregare disgrega.

Le aziende lavorano per urgenze, che dettano i tempi di tutto. In questo modo si rischia di perdere di vista tutto il resto: le persone e il loro benessere, la crescita e la formazione, le relazioni, le ottimizzazioni e i miglioramenti, perfino le manutenzioni. Si perde di vista l’emozione, sulla quale grava un annoso pregiudizio, quando invece è un’informazione efficace che non ci può venire da nessun’altra facoltà.

Le aziende faticano a vedere quello che fanno tutti i giorni: procedono per schemi, in modi prevedibili, risultando impreparate al nuovo o all’imprevisto. Questo preclude loro la possibilità di mettersi in discussione e, quindi, di apprendere. I pesci non parlano ma se parlassero non parlerebbero dell’acqua; eppure dovrebbero farlo perché è fondamentale per la loro crescita approfondire l’elemento in cui vivono: caratteristiche, qualità, rischi e opportunità.


Tre cose delle quali le aziende non potranno fare a meno per affrontare con successo le sfide del prossimo decennio.


Il Chi, il Come e il Perché.


Vale a dire?


Le aziende devono ricollegarsi con le persone, il loro Chi. Hanno completamente dimenticato di avere un debito verso le proprie persone. Sono focalizzate sugli obiettivi e sulle performance ma dimenticano che per raggiungerli hanno bisogno delle persone.

Non è neutro come facciamo le cose – e siamo al Come. C’è un modo giusto e uno sbagliato. Le aziende devono chiedersi cosa sacrificano, cosa calpestano, quale costo implicano le loro azioni e chi lo paga.

Veniamo al Perché. Focalizzarsi sul perché (sul perché profondo) un’azienda fa ciò che fa significa ritrovare (o trovare) i propri valori, ovvero l’etica e la cultura aziendale. È vero per la società civile ma ancor più per le aziende.


Perché lavorare in Leanbet? Qual è il valore aggiunto? In cosa differisce da altre realtà simili, a tuo parere?


Leanbet è uno state of mind: bisogna crederci, condividerne i valori. Qui ritrovo i miei stessi valori, su tutti il potere del cambiamento e della fiducia. Poi mi piace la sartorialità degli interventi che proponiamo perché mi impedisce di sedermi sulle mie certezze, sulle mie competenze. Proveniamo da formazioni diversissime, spesso complementari; siamo continuamente stimolati a uscire ciascuno dalla propria comfort zone, dalle competenze acquisite e dalla propria mansione. C’è sempre uno nuovo stimolo, energie che tornano sempre in circolo, specie dopo un traguardo. Connettersi con tantissimi contesti è un’opportunità enorme per un giovane: significa imparare, avere visibilità, fare un’esperienza enorme in poco tempo.


Cosa apprezzano secondo te le aziende di Leanbet?


I clienti sono accolti e ascoltati, con rispetto. Segue uno studio approfondito del contesto, senza nulla di precotto. Lo scopo non è mai vendere un pacchetto di iniziative ma dare al cliente una reale opportunità di cambiamento, la più adatta alla sua realtà. Nulla viene calato dall’alto, tutto è sartoriale. C’è gradualità, affiancamento e coinvolgimento continuo, a tutti i livelli. I clienti ci riconoscono un grande coordinamento tra noi consulenti e l’azienda, una condivisione assoluta dell’obiettivo, una capacità di coinvolgere la parte superiore della piramide. Apprezzano, infine, la completa integrazione degli aspetti hard con quelli soft: l’ottimizzazione dei processi con la crescita dei team. In Leanbet, livello processuale e livello relazionale vanno sempre di pari passo.


Qual è l’aspetto del tuo lavoro che preferisci?


Mi piace essere in contatto con contesti continuamente diversi. Alimenta la mia innata curiosità, tiene allenata la mia elasticità mentale, la mia parte creativa. È come fare un lavoro diverso ogni giorno perché ogni contesto mi obbliga a pensare in modo diverso. In più mi piace stare a contatto con le persone. Mi mantiene sul pezzo a livello formativo, mi costringe a restare sempre aggiornata, a studiare, a inventare tecniche e a sperimentare metodologie, sempre agganciata al presente.






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